Quanto è furbo Obama nella guerra politica sui finanziamenti elettorali
Barack Obama è rientrato a Washington per concedere la tradizionale grazia ai tacchini e festeggiare il Ringraziamento in famiglia dopo un intenso tour di fundraising sulla West Coast, fra i pezzi grossi di Hollywood e della tecnologia. Le enormi pressioni domestiche e internazionali non impediscono al presidente di secondo mandato, quindi senza il fardello della rielezione, di concentrarsi sui soldi, viatico fondamentale nella strada politica odierna e in quella che verrà.
23 AGO 20

New York. Barack Obama è rientrato a Washington per concedere la tradizionale grazia ai tacchini e festeggiare il Ringraziamento in famiglia dopo un intenso tour di fundraising sulla West Coast, fra i pezzi grossi di Hollywood e della tecnologia. Le enormi pressioni domestiche e internazionali non impediscono al presidente di secondo mandato, quindi senza il fardello della rielezione, di concentrarsi sui soldi, viatico fondamentale nella strada politica odierna e in quella che verrà. Se con una mano l’Obama questuante incamera denari e stringe accordi, con l’altra il suo apparato politico si premura di fare in modo che le velleità finanziarie degli avversari siano tenute opportunamente a freno.
Il dipartimento del Tesoro e l’Internal Revenue Service, l’agenzia delle entrate americana, hanno proposto una riforma alle linee guida per regolamentare i finanziamenti alla politica da parte di associazioni ed enti che godono di particolari sgravi fiscali. I soggetti che possono ottenere condizioni agevolate devono dimostrare che le loro attività sono orientate alla promozione del “benessere sociale”, definizione abbastanza vaga per scatenare il conflitto delle interpretazioni. “Questa proposta di riforma – si legge in una nota del Tesoro – ridefinisce l’espressione ‘attività politica legata a un candidato’, e intende emendare l’attuale regolamento affermando che la promozione del benessere sociale non include questo tipo di attività”. Le organizzazioni che godono di esenzione, insomma, non potranno fare donazioni a partiti e candidati, né pagare spot o finanziare eventi elettorali; qualunque attività di natura politica, dal porta a porta vecchia scuola alla creazione di un software per monitorare i flussi elettorali è espressamente bandito dalle nuove regole proposte dall’Amministrazione.
Le regole sui finanziamenti elettorali sono un terreno di scontro fondamentale nella politica americana, e nella battaglia c’è un prima e un dopo: nel 2010 una sentenza della Corte suprema ha dato ragione a Citizen United, associazione che rivendicava il proprio diritto di finanziare le campagne elettorali, sulla base della libertà di espressione garantita dal primo emendamento alla Costituzione, non un appiglio legale da nulla. La liberalizzazione de facto dei finanziamenti ha dato il via alla proliferazione dei Super Pac – comitati di azione che raccolgono fondi per le campagne elettorali, anche se formalmente non sono legati a uno specifico candidato – e alla nascita di altre forme di associazionismo a scopo politico più articolate e opache. I democratici, che della pesca a strascico fra i piccoli finanziatori fanno un punto d’onore – anche se poi la “big money” non olet –, hanno protestato contro l’incontrollata invasione del denaro elettorale, hanno fatto battaglie di principio, puntato il dito contro la corruzione, il lobbismo mascherato, i banchieri e i potenti della terra – a eccezione, naturalmente, dei tanti che Obama va a blandire mentre la sua politica estera collassa e il sito dell’Obamacare è inservibile – ma si sono scontrati con il primo emendamento.
Dalla libertà di espressione discende la libertà di partecipazione alla politica, anche in termini monetari, senza distinzioni. Così dicono i giudici supremi. I regolamenti del Tesoro e dell’agenzia delle entrate servono per aggirare la sentenza, inseguendo di fatto quei soggetti repubblicani che hanno fatto rientrare dalla finestra delle associazioni a regime fiscale agevolato i finanziamenti che erano usciti dalla porta delle limitazioni stabilite per decreto federale. L’esempio di scuola è quello di Karl Rove, l’architetto elettorale di Bush, che con la sua associazione Crossroads ha raccolto oltre 300 milioni di dollari per sostenere Mitt Romney alle ultime elezioni. Con il diritto, fra l’altro, di mantenere riservati i nomi dei finanziatori (i comitati d’azione sono invece obbligati a pubblicare le liste). Questo assetto minaccia la superiorità economica che i democratici hanno definitivamente sigillato con le campagne da record di Obama, e l’importanza della gestione dei finanziamenti elettorali è tale da giustificare un tentativo di riforma dell’intero sistema non profit, portato sul filo dell’incostituzionalità.